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venerdì 29 ottobre 2010

La ribellione di Shimabara


Il massacro dei samurai cristiani di Shimabara (1637-1638).
Shimabara è una penisola dell'estremo Ovest dell'arcipelago giapponese legata da un lembo di terra alla regione di Kyushu. Nel 1637 era abitata da contadini e dai Ronin cattolici che si sarebbero resi protagonisti di una delle più eroiche e spaventose carneficine della storia giapponese e cristiana. Matsukura il signore del luogo, pretendeva il doppio delle tasse stabilite per legge, i cristiani giapponesi non si erano mai ribellati per motivi religiosi, ma a causa della siccità, della carestia e del malgoverno, erano ridotti letteralmente alla fame. Chi cercava di ribellarsi era torturato, poteva essere marchiato a fuoco in volto o crocefisso oppure bollito vivo nelle sorgenti termali di Unzen, o costretto a ballare con le mani legate dietro la schiena indossando un mantello che bruciava.
Durante il 1637 c’erano stati degli eventi straordinari, i ciliegi erano fioriti in autunno. Amakusa Shirō (1621– 12 aprile 1638) un sedicenne aveva parlato con gli uccelli e camminato sulle acque. Un contadino aveva trovato miracolosamente incorniciata un'immagine sacra che aveva nascosta l'anno precedente. La moglie incinta di un capo villaggio era stata immersa per sei giorni e sei notti nell'acqua ghiacciata ed era morta partorendo. La figlia di un dignitario era stata appesa a testa in giù e marchiata con ferri roventi, e il padre per vendicare la figlia aveva ucciso il funzionario locale. Il 17 dicembre 1637 scoppiò la rivolta. Il giovanissimo Amakusa Shirō, Ronin giapponese, divenne leader della Rivolta di Shimabara. Amakusa non aveva addestramento militare o esperienza sui campi di battaglia e molti dubitano che a sedici anni fosse in grado di condurre migliaia di uomini, anche se suo padre Jimbei era stato un grandissimo guerriero e un coraggioso missionario. Per ritorsione la madre e le sue sorelle furono arrestate e torturate. I rivoltosi circa 40.000 uomini, in pochi giorni erano già in grado di dominare la parte meridionale del Kyushu e le isole. Le truppe governative arrivarono dopo tre settimane e cercarono di sedare la rivolta ma per più di un anno non ottennero grandi successi contro i cristiani che si erano barricati nel castello di Hara. Le forze governative bruciavano vivi i bambini, uccidevano chi non era riuscito a fuggire e incendiavano i villaggi. Il primo assalto al castello di Hara provocò 100 morti tra i governativi, il secondo 380 fra morti e feriti. Il 14 febbraio Itakura Shigemasa con le truppe governative provarono a sfondare le difese dei rivoltosi, ma morì insieme a 4.357 dei suoi uomini. Matsudaira il nuovo generale, decise di non tentare altri attacchi al castello e di prenderli per fame. Il 12 aprile partì l’assalto finale. A migliaia bruciarono vivi. I padri gettarono tra le fiamme i figli perché non cadessero nelle mani del nemico, i feriti furono buttati nei fossati in mezzo ai cadaveri. Alla fine della battaglia il castello cadde senza che nessuno rinnegasse la sua fede. Ci furono 37.000 morti. Fonti ufficiali parlano di 10.869 teste che furono conficcate sui pali dal castello alla spiaggia e sul ponte Dejima di Nagasaki e 3.632 teste nel fossato di Hosokawa. La testa di Shiro con quella di 3.300 caduti fu portata a Nagasaki per essere esposta al pubblico.
Si consumò in questo modo uno dei più spaventosi massacri della storia del cristianesimo in Giappone 


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