saluto


sabato 30 ottobre 2010

Olocausto - Shoah - Per non dimenticare -


  Shoah Quando il Generale Dwight D. Eisenhower Comandante delle Forze alleate, incontrò le vittime dei campi di concentramento, ordinò che fosse fatto il maggior numero di foto possibili, e fece in modo che i tedeschi delle città vicine fossero accompagnati fino a quei campi per seppellire i morti.
In quell’occasione il generale disse: “Che si tenga il massimo della documentazione, che si facciano filmati, che si registrino i testimoni, perché, in qualche momento durante la storia, qualche idiota potrebbe sostenere che tutto questo non è mai successo".


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Il Giorno della memoria
 Istituito con la legge 211 del 20 luglio 2000  per dire «no» agli eccidi. La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. . Il significato profondo di questa data anticipato in uno scritto di Primo Levi dedicato ai visitatori del campo di Auschwitz.
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Se questo è un uomo, la testimonianza di Primo Levi
C'è un punto della terra


C'è un punto della terra che è una landa desolata, dove le ombre dei morti sono schiere, dove i vivi sono morti, dove esistono solo la morte, l'odio e il dolore... *
Non è un punto qualsiasi quello di cui si parla. Si trova nella fredda e cattolica Polonia, a 30 chilometri a sud-est di Katowice. Il suo nome è Oswiecim. Ma forse a molti ancora non basta per capire. Forse la sua traduzione in tedesco potrebbe aiutare. Quel punto in tedesco si chiama Auschwitz. Ebbene proprio lì in quel preciso punto è avvenuta una frattura profonda tra l'uomo e il mondo, tra l'uomo e la storia.
Il mondo prima e dopo Auschwitz dunque. Come i grandi profeti annunciavano agli uomini il grande evento, così il caso Dreyfus in Francia annunciava al mondo, con profetico tempismo, la sciagura che doveva avvenire.
In quel punto dove la storia si ferma, milioni di persone, per lo più ebrei provenienti da tutta Europa, sono state uccise nelle camere a gas e bruciate nei forni crematori. Vecchi, donne, bambini. Milioni di "stuck", cioè pezzi (tali per i nazisti erano le persone concentrate nei lager) sono passati per i camini di Auschwitz. Una vera e propria fabbrica della morte. Efficiente, dinamica, strategicamente avanzata. In quel punto i nazisti avevano stabilito l'ultima tappa del viaggio del Popolo Errante.
In quel punto, dove si moriva per un sì o per un no, una fredda notte nell'inverno del1944 è arrivato Primo Levi. Ventiquattro anni. Una laurea in chimica e un breve passato da partigiano. Catturato dalla milizia fascista il 13 dicembre del 1943, Primo Levi dichiara la sua "colpa": cittadino italiano di razza ebrea. Una breve sosta nel campo di Fossoli e subito dopo il congedo dalla vita. La partenza per l'inferno, destinazione Auschwitz. Un viaggio su una tradotta piombata, senza acqua e senza cibo, stipati come bestie. Delle 45 perrsone del suo vagone solo quattro rivedranno la loro casa.
La scritta che sovrasta il cancello di Auschwitz suona beffarda: "Arbeit mach frei", il lavoro rende liberi. Levi capisce subito che in quel punto «tutto è una grande macchina per ridere di noi, per vilipenderci, e poi è chiaro che ci uccidono, chi crede di vivere è un pazzo, vuoi dire che ci è cascato...».
Non può esistere libertà senza identità e questo i nazisti lo sanno bene. 174517 questo è il nuovo nome di Primo Levi. Un battesimo rapido e pungente di colore azzurrognolo tatuato indelebilmente sul braccio. Senza il numero non sei nessuno e se non sei nessuno non mangi «solo mostrando il numero si riceve il pane e la zuppa». Dietro ogni numero una storia, una vita, un essere umano. «...Ognuno tratterà con rispetto i numeri dal 30000 all'80000: non sono più che un qualche centinaio, e contrassegnano i pochi superstiti dei ghetti polacchi».
La liturgica ossessività del lager diventa l'inutile e meccanica ripetizione di un rito estinto: la vita. «...Si immagini ora un uomo a cui con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base a un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine "campo di annientamento" e sarà chiaro cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo».
Sopravvivere per raccontare e testimoniare questo diventa l'imperativo di Primo Levi. 
È proprio a quel punto che inizia a scrivere Se questo è un uomo, «scrivo quello che non saprei dire a nessuno». 
Sopravvissuto Primo Levi torna nella sua Torino. Le maggiori case editrici rifiutano il suo libro. Nel 1947 Franco Antonicelli direttore di una piccola casa editrice accetta di pubblicarlo: 2500 copie e poi l'oblio fino al 1958 quando Einaudi decide di ristamparlo. Se questo è un uomo incontra il favore del grande pubblico, viene tradotto in sei lingue e ridotto per la radio e il teatro. Non c'è lamento e odio in questo libro. È un canto collettivo e struggente dove rivivono le voci di tutti coloro che non possono più testimoniare. Il linguaggio che usa Primo Levi è sobrio, pacato e preciso come deve essere quello di un testimone. «...Pensavo che la mia parola sarebbe stata tanto più credibile e utile quanto più apparisse obiettiva e quanto meno suonasse appassionata; solo così il testimone adempie alla sua funzione, che è quella di preparare il terreno al giudice. I giudici siete voi...».

* Giuliana Tedeschi, C'è un punto della terra, La Giuntina, Firenze, 1988.

Michele Mancino




La parola olocausto,che in greco significa "tutto bruciato", si riferiva ai sacrifici che venivano richiesti agli ebrei dalla Torah: si trattava di sacrifici di animali uccisi e bruciati sull'altare del tempio. Solo in tempi recenti il termine olocausto è stato attribuito a massacri o catastrofi su larga scala. A causa del significato teologico che la parola porta, molti ebrei trovano problematico l'uso di tale termine: viene infatti considerato offensivo dal punto di vista teologico pensare che l'uccisione di milioni di ebrei sia stata una "offerta a Dio"; inoltre il popolo ebraico non è stato "tutto bruciato", perché un suo resto è sopravvissuto al genocidio.
Shoa (שואה, traslitterato anche Shoah o Sho'ah), che in lingua ebraica significa "distruzione" (o "desolazione", o "calamità", con il senso di una sciagura improvvisa, inaspettata), è un'altra parola utilizzata per riferirsi all'Olocausto. Questo termine viene usato da molti ebrei e da un numero crescente di non ebrei a causa del disagio legato al significato letterale della parola olocausto. Cionondimeno è riconosciuto il fatto che la stragrande maggioranza delle persone che usano il termine olocausto non intendono tali implicazioni.
 
° tratto da Wikipedia
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In ricordo delle vittime di tutte le guerre e di tutte le atrocità compiute dall’uomo in ogni tempo ed in ogni luogo.



2 commenti:

  1. Fa venire i brividi!

    Ciao Nino

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  2. Il padre di mia cognata è polacco vive poco distante da Oświęcim (in tedesco Auschwitz) e dice che quando i forni crematori erano accesi un odore acre ammorbava l’aria e si sentiva ovunque.
    Ciao Nino buona giornata
    enrico

    RispondiElimina

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