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sabato 5 febbraio 2011

Bambini soldato

Bambini soldato
Oltre dieci anni fa 132 Paesi, Italia compresa, ratificarono un protocollo che vieta la partecipazione diretta di minori di 18 anni nei conflitti armati. La coalizione Italiana della campagna “Stop all’uso dei bambini soldato!” è nata ufficialmente a Roma, il 19 aprile 1999. Viviana Valastro portavoce della coalizione italiana afferma che sono ancora più di 250.000 i minori che prendono parte ai combattimenti in trentacinque Paesi, utilizzati sia dagli eserciti governativi, sia dai gruppi armati irregolari, 120.000 solo nel continente africano. Secondo Amnesty International e Human Rights ci sono quasi 300.000 bambini soldato che militano attivamente. La maggioranza ha dai 15 ai 18 anni, ma alcuni hanno anche soltanto 10 anni e si registra una tendenza sempre più evidente verso un abbassamento dell’età media. Esistono Paesi come ad esempio Afghanistan, Burundi, Ciad, Colombia, Iraq, Nepal, Filippine, Repubblica Democratica del Congo, Sri Lanka, Sudan e Uganda che, pur avendo ratificato il Protocollo, sono tuttora tristemente noti per essere luoghi in cui si registrano alcune tra le più alte percentuali di bambini e bambine soldato. Sono nati in famiglie povere e finiscono per unirsi a questi eserciti per sopravvivere, sono bambini che hanno bisogno di aiuto ed hanno il diritto di vivere una vita normale. E’ indispensabile che ci sia un’effettiva e piena applicazione degli accordi, non si può fingere di non vedere.
Ci sono anche le bambine soldato, in alcuni casi come in Salvador, Uganda, Etiopia, le ragazze costituiscono un terzo dei minori che combattono nei conflitti armati. Spesso sono rapite per essere assegnate come "mogli" ai comandanti e usate anche in combattimento come spie.

Poi ci sono le storie individuali come questa che ho letto e copiato integralmente da  “ Save the Children”.


Aimerance (nome inventato) ha 17 anni e vive nella provincia di South Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Quando ne aveva solo 14 si unì a un esercito ribelle e fu costretta a combattere.
 “Mio padre non aveva più i soldi per mandarmi a scuola, così ho dovuto lasciarla. Passavo tutto il mio tempo a casa. Un giorno mi venne a trovare una mia amica che mi disse di unirmi all’esercito. Lei faceva parte dei ribelli congolesi dal 2002.  Disse che se la passava bene e che sarei stata bene anche io…Sono stata con la milizia per due anni. Ho usato le armi molte volte, in tante battaglie. E’ stata molto dura. Spesso dovevo anche cucinare per decine di soldati… Gli uomini prendevano le ragazze come loro ‘mogli’. Ci portavano nelle stanze nei campi militari e a ogni ora che volevano, ci violentavano. C’erano molti uomini. Potevi subire violenze sessuali da un soldato che poi se ne andava, subito dopo da un altro e un altro ancora. Non consideravano per niente che eravamo ancora delle bambine. Non potevi rifiutare, non te ne potevi andare…Un giorno fortunatamente sono riuscita a scappare”.
Aimerance oggi vive con la famiglia e frequenta un corso di cucito che Save the Children offre alle ragazze che facevano parte dell’esercito. Lei è una degli oltre 43 milioni di bambini e bambine che non possono andare a scuola perché risiedono in paesi colpiti dalle guerre. Sono bambini che vivono un futuro senza speranze, perché la guerra distrugge le scuole, uccide gli insegnanti, produce popolazioni di sfollati ed eserciti di ragazzi soldato.


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Quello che segue è un articolo molto crudo di Roberta Leone che riporto integralmente

Bambini soldato. Storie dall'abisso
di Roberta Leone/ 27/02/2006  
   
  Guerre tra fazioni e baby soldiers: il dramma dei 300 mila bambini soldato usati nei fronti delle centinaia di guerre che devastano i paesi del terzo mondo. Uno sguardo su un fenomeno sempre più allarmante.  

 
  Guerre tra fazioni e baby soldiers: il dramma dei 300 mila bambini soldato usati nei fronti delle centinaia di guerre che devastano i paesi del terzo mondo abbandona sempre più la classica – e ristretta - sede di dibattito delle agenzie internazionali per riempire le pagine di quotidiani e riviste, mentre le immagini di repertorio dei telegiornali propongono quello che è ormai il tipo iconografico del “bambino dallo sguardo profondo che imbraccia un kalashnikov”. Immagine veritiera, nulla da eccepire, ma parte di un’informazione edulcorata, spesso calibrata più sulla “delicata sensibilità” di noi pubblico occidentale, che sulla cruda verità dei fatti da raccontare. Il principio di non-violenza delle immagini è più che condivisibile, ne conveniamo tutti, ma quanto possiamo dire di conoscere della situazione di questi piccoli guerriglieri, se anche la lettura dei loro racconti desta sempre in noi un’angosciante sensazione di sorpresa? E ancora: chi di noi sa cosa avviene dei circa 40 mila bambini sopravvissuti e “smobilitati”, quando per loro – e nostra – buona pace la guerra in cui sono stati utilizzati è terminata? E’ la situazione con cui oggi si devono fare i conti in Sierra Leone, Afghanistan e Angola, dove ricostruzione significa anche “riabilitazione”.
Susan, 16 anni, rapita dal Lord’s Resistance Army, Uganda racconta: “Un ragazzo tentò di scappare (dai ribelli), ma fu preso ...Le sue mani furono legate, poi essi costrinsero noi, i nuovi prigionieri, a ucciderlo con un bastone. Io mi sentivo male. Conoscevo quel ragazzo da prima, eravamo dello stesso villaggio. Io mi rifiutavo di ucciderlo ma essi mi dissero che mi avrebbero sparato. Puntarono un fucile contro di me, così io lo feci. Il ragazzo mi chiedeva: “Perché mi fai questo?”. Io rispondevo che non avevo scelta. Dopo che lo uccidemmo essi ci fecero bagnare col suo sangue le braccia... Ci dissero che noi dovevamo far questo così non avremmo avuto più paura della morte e non avremmo tentato di scappare... Io sogno ancora il ragazzo del mio villaggio che ho ucciso. Lo vedo nei miei sogni, mi parla e mi dice che l’ho ucciso per niente, e io grido”.
Testimonianza di un bambino raccolta da Human Rights Watch, Colombia,1998:
“Spesso ai bambini viene dato l’incarico di raccogliere informazioni, mettere mine, sminare, servire da pattuglia d’assalto per imboscate contro corpi paramilitari, militari o poliziotti. Un bambino guerrigliero disse agli inquirenti che lui e altri bambini per vincere la paura bevevano latte misto a polvere da sparo. La polvere da sparo ti dà più energia, come il desiderio di uccidere le truppe che passano davanti a te. Tu dici a te stesso: “ Spero che vengano sulla mia strada e poi carichi e spari a raffica e ti senti più capace, col morale più alto”.
Dieudonnè Luembwe, 16 anni, Repubblica democratica del Congo: “Mi sono arruolato nell’esercito di Kabila quando avevo 13 anni, perché la mia casa era stata saccheggiata e i miei genitori se erano andati. Rimasto solo, ho deciso di arruolarmi”.
Le parole di Dieudonnè lasciano intuire qualcosa dell’odissea che aspetta il piccolo ex combattente al momento del rilascio da parte dei ribelli: qui, nell’atto della “liberazione” è la cerniera del suo equilibrio futuro, il passaggio da un mondo che pure lo tutela attraverso un sistema di regole alla rovescia, alla novità del ritorno alla realtà d’origine che, se non è stata smembrata dalla guerra, ben poco ha conservato della condizione di “nucleo familiare”. E’ l’amaro scenario raccontato da Giulio Albanese, autore di un recente articolo pubblicato sul mensile “Messaggero di sant’Antonio” per i frati minori conventuali, impegnati in progetti di riabilitazione di ex baby combattenti, ed autore di “Soldatini di piombo” (ed. Feltrinellii 2005), da cui si legge a proposito della Sierra Leone:  “Il ricongiungimento con i parenti è probabilmente la fase più delicata del percorso di recupero e rappresenta, in molti casi , un ostacolo che può rivelarsi insormontabile. A volte capita che il campo di smobilitazione sia lontano dal villaggio natale del ragazzo, che quindi deve essere trasferito nel centro più vicino alla sua zona d’origine.
Il vero trauma avviene però quando, dopo lunghe ricerche, il bambino viene rifiutato dai propri cari. Può capitare che i genitori siano morti e che la “famiglia estesa” (zii, cugini o nonni) non intenda farsi carico di questo nuovo onere; per molti familiari il ragazzo è soltanto una bocca in più da sfamare, in tempi di grande indigenza. Ma vi sono altre situazioni ancora più dolorose. Tutti conoscono, per averle sperimentate sulla propria pelle, le malvagità di cui i ribelli sono stati capaci e sanno che i giovani miliziani non possono essersi sottratti; negli anni di prigionia le giovani reclute del RUF, o di altre formazioni armate, sono state drogate, addestrate a uccidere, torturare e mutilate. Dunque c’è la paura che questi, che pure sono figli o fratelli, possono essere ancora pericolosi.
Inoltre, in molti casi i “redivivi” sono praticamente degli sconosciuti per i loro parenti, visto che hanno lasciato la casa in giovanissima età, anche a soli 6- 7 anni. “Il dramma umano è tale che si tratta di compiere un vero e proprio miracolo – spiga monsignor Biguzzi, vescovo di Makeni – spesso i segni delle malvagità subite o esercitate rimangono incisi nel cuore e sulla carne: nel cuore perché impressi nel profondo sotto forma di traumi psicologici e sulla carne come tatuaggi che rimangono a testimonianza indelebile dell’odio premeditato e insensato degli adulti nei confronti di creature innocenti. E’ per queste ragioni che il processo di riunificazione di questi bambini è spesso lento, difficile, quando non addirittura fallimentare. Nella migliore delle ipotesi, una volta a casa, l’ex baby combattente è comunque costretto a confrontarsi con una realtà socioeconomica a dir poco disastrata”.

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