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domenica 17 ottobre 2010

Ipazia vittima dell’invidia e dell’intolleranza religiosa

Ipazia
Ipazia nacque ad Alessandria nella seconda metà del IV secolo forse intorno al 370 e probabilmente nel 402 era già morta (le date sono incerte).  Figlia del matematico e astronomo Teone di Alessandria, nulla si sa della madre. Ipazia fu la principale esponente alessandrina della scuola neoplatonica, s’interessò agli studi matematici, alla filosofia, all’astronomia, disquisiva su Platone, Aristotele, e sui filosofi del suo tempo. Fu l’inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio. Ipazia aveva molti discepoli illustri, era conosciutissima dalle persone di cultura del suo tempo, ma nonostante ciò, dei suoi scritti non è rimasto nulla, conosciamo solo i titoli di tre opere (il Commentario a Diofanto, il Commentario al canone astronomico e il Commentario alle sezioni coniche d’Apollonio Pergeo). 
Socrate Scolastico (380-450), un cristiano suo contemporaneo, di professione avvocato, scrisse: "Ad Alessandria c'era una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo. Provenendo dalla scuola di Platone e di Plotino, lei spiegò i principi della filosofia ai suoi uditori, molti dei quali venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni”.
Il poeta Pallada il Meteoro, affascinato dalla sua bellezza e dalla sua intelligenza, scrisse “Quando io ti vedo e odo la tua voce ti adoro, guardando la casa stellata della vergine: poiché i tuoi atti si estendono al cielo, o divina Ipazia, ornamento di ogni discorso, stella purissima dell’arte della sapienza”.
La città intera fu affascinata da questa donna, che parlava in pubblico davanti ai magistrati e che partecipava senza remore a riunioni di uomini (non dimentichiamo com’erano considerate le donne a quel tempo), per questo motivo i potenti della città la invidiarono e fu vittima della gelosia politica e dei pregiudizi religiosi che ne decretarono la morte.
Una sera mentre rincasava fu assalita da un gruppo di cristiani che la trascinarono nella grande chiesa chiamata Caesarion. Qui fu spogliata, il suo corpo fu scarnificato, venne accecata, smembrata e bruciata.
Il filosofo pagano Damascio (Damasco ca. 480 – ca. 550) scrisse la biografia di Ipazia nella quale si legge che: “Ipazia fu di natura più nobile del padre, non si accontentò del sapere che viene dalle scienze matematiche alle quali lui l'aveva introdotta, ma non senza altezza d'animo si dedicò anche alle altre scienze filosofiche”. Damascio attribuì esplicitamente al vescovo Cirillo patriarca di Alessandria (Alessandria 370 -444) la responsabilità nell'omicidio “accadde che il vescovo, vedendo la gran quantità di persone che frequentava la casa di Ipazia, si rose a tal punto nell'anima che tramò la sua uccisione, in modo che avvenisse il più presto possibile”. Damascio dice anche che dopo l’assassinio di Ipazia “uccisione che fu tra tutte la più empia” fu aperta un'inchiesta ma “il caso fu archiviato a seguito dell'avvenuta corruzione di funzionari imperiali”.
Lo storico inglese Edward Gibbon (Putney1737 – Londra 1794) definì quest’omicidio "una macchia indelebile" nella storia del cristianesimo. Di Ipazia hanno scritto anche Voltaire, Diderot, Proust, Pèguy, Leopardi, Pascal e molti altri.

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